Il cielo notturno sta diventando più luminoso, e lo sta facendo a un ritmo sempre più rapido. Il numero di stelle visibili è diminuito nettamente, e secondo una ricerca tale diminuzione sarebbe legata a un aumento della luminosità del cielo dal 7 al 10% all’anno nella banda visibile umana. Ma non è semplicemente un effetto collaterale del progresso. Anzi, le innovazioni della tecnologia possono aiutare a ridurre l’inquinamento luminoso, grazie a un’illuminazione più efficace che limita la dispersione della luce dove non serve.

Per discutere di questo importante tema abbiamo intervistato Matteo Seraceni, Responsabile tecnico-scientifico di AIDI – Associazione Italiana di Illuminazione. Con lui parleremo di che cos’è l’inquinamento luminoso, quali sono le sue cause e quali rimedi si possono mettere in campo.

Cos’è l’inquinamento luminoso e quali sono le principali cause che lo provocano?

Questa è un’ottima domanda, perché spesso si confondono fenomeni diversi tra loro.

Volendo essere rigorosi, occorre in prima battuta distinguere fra “inquinamento luminoso astronomico” e “inquinamento luminoso ecologico”.

Per “inquinamento luminoso astronomico” si intende la riduzione della capacità di osservare le stelle a causa dell’aumento della brillanza del cielo notturno* (ovvero la luminosità di fondo) dovuta a sorgenti luminose artificiali. Ogni stella nel cielo ha una propria luminosità (detta “magnitudine”): se la luminosità di una stella si avvicina a quella dello “sfondo” allora la stella non risulta più visibile, perché il contrasto è molto basso.

L’inquinamento luminoso astronomico è dovuto principalmente ad apparecchi di illuminazione male orientati o sovra-dimensionati rispetto alle reali necessità.

Per “inquinamento luminoso ecologico” si intende invece qualsiasi effetto negativo conclamato sull’uomo o l’ambiente dovuto a sorgenti luminose artificiali utilizzate nella maniera sbagliata.

In questo caso gli effetti dipendono da numerosi fattori, perché le varie specie sono sensibili a bande diverse della radiazione luminosa (visibile e non), così come risulta importante anche il periodo ed il tempo di esposizione. Di fatto, qualsiasi luce artificiale potrebbe essere una potenziale fonte di inquinamento luminoso ecologico.

Quanto è diffuso l'inquinamento luminoso negli spazi che abitiamo, urbani e non?

Purtroppo, sfruttiamo pochissimo le potenzialità offerte dalla luce – naturale ed artificiale – e questo si traduce in spreco e inquinamento.

In ambito esterno, l’illuminazione viene spesso vista come deterrente contro la criminalità, o facile attrattore turistico e commerciale, oppure ancora come corredo estetico. Certo, la luce è anche questo, ma è molto di più, così come una lampadina non è solo una lampadina – provate in qualsiasi stanza a cambiare posizione, tipo, intensità, colore di una sorgente luminosa e vedere come cambia la percezione dell’ambiente e lo stato d’animo associato. 

Il miglior antidoto all’inquinamento luminoso è accrescere la cultura della luce, intesa come capacità di utilizzare questo mezzo straordinario per migliorare la qualità delle nostre vite e dell’ambiente che ci circonda.

Quali sono le conseguenze dell'inquinamento luminoso sulla salute e sul benessere degli esseri umani?

L’inquinamento luminoso astronomico non ha conseguenze sulla salute, ma è chiaro che non vedere più le stelle comporta una perdita incommensurabile per l’essere umano.

Per quanto riguarda l’inquinamento luminoso ecologico, abbiamo scoperto in tempi relativamente recenti che nei nostri occhi ci sono recettori che non servono alla visione ma a “regolare” il ritmo circadiano, cioè il ciclo giornaliero di veglia e sonno.

L’uomo è un animale che si è evoluto per vivere all’esterno ed essere attivo durante le ore diurne – quindi ad essere esposto a molta luce durante il giorno e al buio durante la notte. Oggi facciamo il contrario: durante il giorno rimaniamo all’interno di edifici, in cui i valori luminosi sono estremamente più bassi rispetto a quelli esterni e magari durante la notte rimaniamo esposti a sorgenti luminose molto forti (come l’illuminazione necessaria al lavoro o dovuta agli schermi dei computer o dei cellulari). Questo provoca uno sfasamento del ritmo circadiano.

Molti studi hanno evidenziato una forte correlazione fra sfasamento del ritmo circadiano e disturbi metabolici o l’insorgenza di malattie di vario tipo.

E sull'ambiente e gli ecosistemi?

La specie umana, qualsiasi cosa faccia, altera costantemente l’ecosistema in cui vive. A meno che non annulliamo la nostra presenza, l’influenza sull’ambiente è inevitabile.

L’esempio emblematico è dato a mio parere da Černobyl’: il disastro nucleare del 1986 ha provocato migliaia di casi di cancro, trasformato un’area popolata in una città fantasma e portato a interdire una superficie di 2.600 chilometri quadrati.

Dopo 40 anni di assenza dell’essere umano, le popolazioni di molte specie vegetali e animali sono anzi più numerose di prima; anche nei punti di massima radioattività le piante si sono riprese nel giro di pochi anni. Malgrado i danni, l’incidente nucleare è stato per l’ecosistema locale meno devastante di noi.

Questo non significa che abbiamo carta bianca, perché qualsiasi cosa facciamo altera l’equilibrio naturale – ma nemmeno che dobbiamo ipotizzare di annullare qualsiasi dispositivo artificiale, fra cui la luce.

Esiste un vantaggio economico, oltre che ambientale, nel ridurre l'inquinamento luminoso?

Dipende da quello che si intende per “vantaggio economico”. Se intendiamo un ricavo monetario, allora vale tutto: a Las Vegas l’aumento dell’inquinamento luminoso produce ricchezza.

Se invece allarghiamo lo sguardo e pensiamo ad un concetto di economia diverso, ovvero rigenerativo e circolare  (penso ad esempio ai principi del New Green Deal europeo), diventa chiaro che la richiesta di ottimizzare il consumo di energia si sposa con il principale precetto contro l’inquinamento luminoso, ovvero illuminare solo quello che serve, quando serve e non più del dovuto.

Come si può conciliare la necessità di un'illuminazione pubblica - che garantisce sicurezza, visibilità e accessibilità nelle città - con l'esigenza di ridurre l'inquinamento luminoso?

Questo è abbastanza semplice, perché oggi in Italia la maggior parte dell’inquinamento luminoso non è prodotto dall’illuminazione pubblica – che risulta strettamente normata da più di 20 anni.

Un impianto di illuminazione pubblica progettato da un professionista, secondo i dettami della regola d’arte ed utilizzando le ultime tecnologie, riduce al massimo l’impatto sull’ambiente.

In che modo la tecnologia può essere di aiuto nel ridurre l'inquinamento luminoso?

Il miglior modo di ridurre l’inquinamento luminoso è spegnere le luci quando non necessario.

Oggi abbiamo sorgenti LED che possono essere regolate tramite dimmer in maniera continua o spente e riaccese a piacere. Aggiungiamo sensori in grado di capire quello che succede in prossimità di una sorgente luminosa e sistemi di controllo intelligenti, e abbiamo tutti gli ingredienti per realizzare un impianto di illuminazione che modula la luce in base alle reali necessità, in qualsiasi ora del giorno, senza sprecare nulla.

Non solo riduciamo l’inquinamento luminoso, ma anche il consumo di energia e quindi le emissioni di CO2.

Si è riscontrato un cambiamento nell'approccio a questo tema da parte delle istituzioni pubbliche negli ultimi anni?

Sì. E la cosa più interessante a mio parere è che questo cambiamento risulta evidente soprattutto ai due livelli estremi: quello sovranazionale (pensiamo allo sforzo europeo degli ultimi anni per normare i temi ambientali) e quello locale (in cui associazioni di cittadini si riuniscono per discutere di questi temi e proporre attivamente soluzioni al problema).

Quali sono i principali ostacoli che impediscono una diffusione più ampia delle misure contro l'inquinamento luminoso?

La mentalità “una lampadina vale l’altra” (potete sostituire “lampadina” con qualsiasi altro termine, come “elettricista”, “progettista” o “apparecchio di illuminazione”). Dobbiamo essere più bravi a raccontare l’importanza della luce per le nostre vite e quindi la necessità di utilizzare solo gli strumenti migliori e le migliori professionalità.

 

* Nota: Ovviamente il cielo ha una propria brillanza, dovuta alla luna, al pulviscolo e ad altri fenomeni non antropici (per questo motivo, ad esempio, anche in zone lontane da fonti luminose artificiali, durante le giornate di luna piena risulta difficile distinguere le stelle).

Matteo Seraceni, Responsabile tecnico-scientifico di AIDI – Associazione Italiana di Illuminazione.